Beginning of the things… …dell’inizio delle cose.

Giovanni Grandi

Lo scorrere del tempo è una delle cose più naturali della nostra esperienza; il tempo è complice nel dare il nome a ciò che conferisce a ciascuno un’identità come a ciò che ne rivela le profondità dello spirito: memoria e desiderio, vissuti e speranze, progetti, ideali… …passato e futuro.

Spingere lo sguardo fino ai confini del tempo, ora per sondare l’Inizio delle cose, ora per prefigurarne il Compimento, significa sforzarsi di uscire da noi stessi, significa disporci ad assumere un punto di vista totalmente diverso, una prospettiva in cui passato e presente, memoria e desiderio, identità e pienezza della persona – ma anche del cosmo – si fondono. Tommaso d’Aquino, quando provava a concentrarsi su queste faccende, non poteva far altro che accogliere il suggerimento di Boezio: ogni volta che ci spingiamo agli estremi confini dobbiamo essere pronti ad un cambiamento di dimensione; prima del tempo – e dunque all’Inizio delle cose – e dopo il tempo – al Compimento delle cose – non c’è altro tempo; semplicemente non c’è un prima e non c’è un dopo, tutto è simultaneo, tota simul. Ai confini del Tempo c’è l’Eternità, ma l’Eternità non si misura più con il tempo, con i giorni, le ore, i secondi… si tratta proprio di un’altra dimensione. Sarà ancora san Tommaso ad offrire un’idea interessante per immaginare la coesistenza paradossale di queste due dimensioni eterogenee, che tuttavia non solo si toccano, ma fanno un tutt’uno: in poche righe, nel De rationibus fidei, ci invita a raffigurarci in termini geometrici il rapporto tra Tempo ed Eternità. Il Tempo è rappresentabile come una linea, come un susseguirsi di punti che segnano il passato, il presente ed il futuro; noi ci troviamo ad un certo punto – l’oggi –, e quel tal momento del passato o quel tal altro del futuro distano da noi di più o di meno, e col passare dei giorni il primo sarà sempre più lontano ed il secondo sempre più vicino. Ora, l’Eternità non è un punto all’infinito nel passato o nel futuro; è altrove perché è la dimensione propria di Dio. L’Eternità non appartiene alla linea, ma è la linea che appartiene all’Eternità; ed allora ecco che possiamo immaginare che proprio quella traccia che rappresenta il nostro scorrere del tempo si trovi su una circonferenza, il cui centro è Dio stesso. Ogni istante, rispetto a noi, è più o meno vicino, passato o futuro; ma quegli stessi istanti, rispetto al centro della circonferenza, sono tutti alla medesima distanza. Di più, una volta tracciati i raggi, scopriamo che ogni punto, portato dalla circonferenza al centro, finisce per coincidere con tutti gli altri – tota simul, dunque. Il misterioso intreccio di queste due dimensioni non è con questo svelato, ma semplicemente adombrato, per spaeculum et in aenigmate.

La fantasia di san Tommaso infatti ci aiuta solo per un tratto di strada; suggerisce ma non spiega, perché anche Tommaso sa bene che ci stiamo avventurando su un terreno splendido e delicato, un terreno divinoumano potremmo quasi dire, dove Dio e l’Uomo da sempre si danno appuntamento.

Siamo dunque ai confini, siamo all’Inizio e scrutiamo questa zona affascinante proprio perché intuiamo che si tratta di un terreno di incontro propizio. Eppure sappiamo anche che non è qui che avviene il definitivo abbraccio divinoumano; possiamo indagare e contemplare l’Inizio, come possiamo indagare e contemplare il Compimento, ma l’unico luogo in cui Tempo ed Eternità si uniscono è una Persona che ha percorso le terre di Galilea rivelando all’Uomo il Volto di Dio stesso. In Cristo si realizza quell’abbraccio divinoumano che tutte le grandi tradizioni spirituali intuiscono indagando l’Inizio e scrutando il Compimento.

Credendo questo possiamo anche gustare con straordinaria libertà l’indagine sull’Inizio, perché sappiamo che qui non si gioca nessuna partita salvifica, e siamo sollevati da qualunque tipo di preoccupazione apologetica: siamo, è vero, in una ‘zona divinoumana’, ma non vi siamo con tutto noi stessi. Il nostro sapere è impegnato, la nostra curosità è stimolata, la nostra meraviglia è sollecitata; e non è poco. Tuttavia non è tutto, ed il cuore attende di amare e riconoscersi amato, non ‘semplicemente’ di sapere.

Questa avventura in ‘zona divinoumana’ vede in felice compagnia scienza, filosofia e teologia, ciascuna con i propri strumenti intenta a scorgere la verità, desiderosa soltanto di sapere come stiano davvero le cose. Certo, la scienza si esprimerà diversamente dalla filosofia o dalla teologia, è ci stupiremmo se un fisico anziché parlare di Big-bang parlasse di ‘zona divinoumana’; questo non significa però che non ci si possa ben intendere, e tanto gli uni quanto gli altri sanno di dare un nome a qualcosa di biblicamente innominabile.

Uno degli aspetti su cui si realizza una notevole convergenza tra queste discipline sembra proprio essere la crescente consapevolezza che nulla della nostra esperienza ordinaria può tornare utile sic et simpliciter quando ci si muove in questa ‘zona’: lo scienziato sa che il ‘tempo’ di quei primi istanti dall’Inizio non è commisurabile con il tempo di cui ordinariamente facciamo esperienza, e non solo perché si tratta di frazioni infinitesimali di secondo – il che sarebbe una semplice differenza quantitativa – ma anche e soprattutto perché tutti i valori in gioco sono diversi, e dunque si può quasi dire che all’Inizio sia diversa la qualità del tempo. Il filosofo, con meno ‘dati’ alla mano ma forse inciampando nel medesimo problema, parla di ‘Tempo’ e di ‘Eternità’, e di nuovo – ecco Tommaso – cerca qualche espediente per poter immaginare la diversa qualità di queste dimensioni il cui sovrapporsi diventa più palpabile proprio ai confini, all’Inizio ed al Compimento. L’uno e l’altro, lo scienziato come il filosofo, maturano il medesimo senso di meraviglia, e scoprono che l’Uomo non è signore dei confini, non li domina come domina il creato, ne è strutturalmente incapace; per indagare la zona di confine, ‘zona divinoumana’ può solo forgiare strumenti immaginari (come ad esempio il concetto di eternità, tota simul) o congetturali. Pensiamo per un momento alla bellezza di ciò che accade: ai confini, dove il creato lambisce l’increato, anche i nostri strumenti subiscono una alterazione; il conoscere è sempre meno un poter fare e sempre più un contemplare: si procede per conoscenza, ma senza poter più dominare, finché anche il conoscere stesso – una volta varcata la soglia dell’increato – non trova più nemmeno strumenti immaginari o congetturali per esprimere ciò che incontra e semplicemente tace rapito.

Anche l’avventura alla scoperta dell’Inizio si rivela un grande itinerario sapienziale, perché scienza e filosofia sembrano convergere verso una medesima verità di fatto: l’Uomo, in tutta la sua grandezza e con tutta la sua inventiva, non è il Dominus, non è signore di tutta la realtà, ma ‘solo’ della realtà creata. E quanto più la conoscenza procede, tanto più ciò appare evidente; ed è davvero stupefacente come la realtà increata si riveli sempre più sottratta al dominio ma non alla conoscenza.

Questo grande itinerario sapienziale, che in fondo l’Uomo da sempre percorre e approfondisce, conduce ai ‘luoghi’ di Dio ma non ancora a Dio stesso: il Signore della realtà increata non attende ozioso agli estremi confini; il Dominus non è più oltre, ma per primo è già sceso nei recessi del Creato, nei dominii dell’Uomo, proprio perché l’Uomo nulla dovesse inventare, nulla dovesse scrutare per incontrarlo, solo dovesse lasciarsi incontrare ed amare.

Rimane che lo splendore di un luogo racconta di Colui che ne è Signore, ed è con questo senso di curiosità e di trepidazione che il Forum Orient-Occident ha voluto considerare l’Inizio delle cose.