La crisi dell’arte e il postmoderno

Fabrizio Miani

Non si tratta di considerare la crisi dell’arte solo come fenomeno negativo, ma di capire che cosa succede nella produzione artistica contemporanea con il postmoderno; cambiano le forme di fare arte, ma anche i meccanismi concettuali che la producono, il suo contenuto. Oggi il postmoderno esalta altre dimensioni espressive, altre attività umane, ad esempio lo sport e lo spettacolo popolare in genere, quali momenti di produzione di un’immagine portatrice di senso. Ma in che modo lo sport o altri eventi di massa possono sostituire l’arte tradizionale? E, più importante ancora, cos’è successo con il postmoderno al concetto di arte e quali sono le conseguenze di comprendere l’arte in tal modo?

Chiunque oggi capisce che l’arte contemporanea ha perso di senso, si smarrisce nella tecnologia, e fa difficoltà ad attirare su di se l’attenzione. Diviene evento casuale in perenne contrasto con il senso che l’uomo tenta di dare alla sua vita, ironizza con esso. Un gioco artistico potrebbe essere quello di immaginarsi in un altro luogo, quindi lo spaesamento, il portarsi ad altro, lontano dal senso della realtà, nella virtualità, diviene oggi arte. Ma la continua ripetizione di cose già viste può acquistare senso? Cioè l’arte tradizionale ha ancora un senso, oppure anch’essa è tratta in quel processo che vede la progressiva perdita di significato di ciò che oggi consideriamo arte.

Di fronte alle stravaganze dell’arte moderna molte persone sono perplesse e, infine, la rifiutano; altre l’accolgono, ma non sanno seguirne i percorsi, ne sono suggestionati pur non comprendendola. La tecnica che si appoggia alla scienza contemporanea ha senz’altro superato l’arte in quanto insieme di procedimenti miranti ad un “fare”[1], ma allora cosa ne è dell’originario significato dell’arte in quanto téchne? Rimane vivo un “artigianato”, un autentico “fare”, nell’arte? Gli eventi tendono ad andare più veloci del pensiero e l’arte si è proposta di superare lo stesso pensiero in velocità, ciò segna l’irrazionalità e l’inquietudine del tempo che stiamo vivendo. Ma il tentativo di togliere i limiti, i paletti non solo del buon senso ma del senso tout court, lascia un residuo: il desiderio inappagato di qualcosa di misterioso, di metafisico. Tuttavia, se l’arte contemporanea non ci piace, possiamo gettare via, con essa, lo specchio del mondo in cui viviamo?

In tale prospettiva, tentare di capire il processo di globalizzazione e perdita di alterità in atto nel mondo contemporaneo forse significa tentare di vederne un importante anticipazione nel postmoderno.

Il postmoderno nell’arte attualmente è descritto dall’artista e filosofo dell’arte dell’università di Lubiana Jozef Muhovič tramite due concetti chiave: sofismo e manierismo.

Sofismo, in quanto l’arte postmoderna è intesa come surrogato del mondo contemporaneo, essendo rappresentazione dell’atto del vivere quotidiano; cioè essa diviene la stessa vita che ci circonda (si tratta di concetti elaborati da Platone nel Gorgia). Sport, cucina e cosmesi, sono le tre facoltà che nel Gorgia Platone ci indica quali “medicine per l’uomo”. Nella visione del filosofo ateniese, lo sport è la migliore, cioè l’attività che ci fa stare meglio. La contemporaneità propone lo sport come surrogato dell’atto che più può soddisfa l’uomo moderno, esso diviene arte nella misura in cui agisce da “convertitore della realtà”.

Manierismo invece vuole esprime il carattere ibrido della cultura contemporanea, nel senso che in essa ogni cosa si trasforma e può essere presa come originale. Dunque siamo circondati da un’infinità di originali in cui uno vale l’altro e l’alterità perde il suo senso originario per appiattirsi sulla univocità di significato del tutto. Un esempio può essere costituito dalla musica contemporanea più popolare, nella quale la creazione consiste nell’assemblare ibridi con pezzi conosciuti e dare nuove combinazioni al vecchio.

I due aspetti complementari del postmoderno individuati da Muhovič sono ben descrivibili tramite il metodo della decostruzione di Jaques Derrida. Si tratta di distruggere, frammentare la realtà per poi ricostruire qualcosa di nuovo e sempre diverso. In tale prospettiva, tutti i cambiamenti dell’arte postmoderna sono soggetti a tre movimenti fondamentali: antefatto al processo, momento costruttivo – critico e vero reale – popolare.

Ma al di là delle teorizzazioni, in concreto oggi che ne è delle arti figurative? Sembra che tutta l’attenzione si sia spostata verso il processo, il quale acquista maggior valore del risultato. L’arte diviene ri-produzione continua del processo di produzione dell’oggetto “opera d’arte”, in cui l’artista stesso ha un ruolo ben definito, e l’opera d’arte in quanto oggetto non ha quasi più valore. Cosa accade alle varie installazioni degli artisti contemporanei quando viene esaurito il tempo di un’esposizione? Probabilmente vengono smantellate senza troppi rimpianti. L’importante è che il pubblico segua il processo. L’artista statunitense Jeckson Pollok vede l’arte come un processo continuo di conoscenza in cui il prodotto finale è meno importante del cammino seguito per ottenerlo. Tale situazione consente all’artista di andare costantemente contro le regole del mercato. Non si tratta più di vendere l’”oggetto” d’arte, sempre meno interessante nella misura in cui è indefinitamente riproducibile dall’artigiano tramite le nuove tecnologie. Ma allora l’artista come vive? Di solito vendendo il processo di creazione dell’arte.

Pensiero critico e pensiero costruttivo secondo gli psicologi cognitivisti moderni sono le due modalità di comprendere le cose. L’arte contemporanea è sempre tesa fra queste due tendenze, oscillante all’interno di tale dicotomia. Il pensiero critico è sempre reazionario a qualcosa, quello costruttivo propone cose nuove rispetto al vecchio, è innovativo, ma si inserisce necessariamente sul già fatto. Entrambi sono necessari all’arte, e l’arte stessa ha sempre contribuito a formare l’uno e l’altro. Oggi però prevale la tendenza a formare l’uomo critico piuttosto che quello costruttivo, poiché il critico è reazionario e quindi ben prevedibile nella sua reazione a qualcosa che può ben essere prevista e appositamente messa in atto, ad esempio secondo i ben noti meccanismi pubblicitari. Il costruttivo invece è poco amato dalle élite, essendo per sua stessa natura imprevedibile. Però, se ci pensiamo bene, storicamente, l’essere creativo è sempre stato il ruolo dell’arte, mentre coloro che reagivano ad essa, i reazionari, erano il pubblico e i mecenati committenti. La grande arte creava scandalo con il nuovo assoluto, ciò che non era subito compreso.

Oggi il postmoderno sorprendentemente ha ribaltato tale prospettiva; l’artista contemporaneo non si propone più di creare forme nuove e sfrutta le realtà più note, cose che tutti conoscono, tanto che nessuno più sembra stupirsi e le stravaganze dell’artista sono solo apparenti. Ma allora dove sta la forma e il valore alternativo dell’arte contemporanea? L’arte è ormai parassita della società globalizzata e ha perso il tradizionale ruolo immaginativo. Non scuote più le élite, anzi le segue e le imita. Viene proposto un tema e gli artisti si configurano e adattano ad esso in modo reazionario e non creativo, divenendo con ciò semplici soggetti di reazione. E’ una situazione patologica, che ha innescato una crisi della creatività dalla quale non sembra possibile uscire. Il postmoderno ha necessità del “popolare”, ma la popolarità ha oggi bisogno dell’arte? O gli bastano i miti sportivi o musicali. E’ con essi che l’artista si trova a competere, ma se si tratta di una contrapposizione esclusiva allora l’arte ha già perso… Se i limiti fra l’arte cosiddetta “alta” e il popolare vengono abbattuti, con essi crolla la differenza fra ciò che si ritiene serio e degno di essere rappresentato e ciò che è puro intrattenimento, spettacolo scontato.

Vengono a crearsi due modi di intendere l’arte e la lotta fra la cultura alta e quella popolare non è qualcosa di puramente estetico, ma coinvolge lo stesso relativismo etico, che è la più importante e definitiva proposta del postmoderno, anche se in esso le istanze etiche sono spesso mascherate da quelle estetiche. Inoltre, forse meno importante del problema etico, ma più insidioso per la risoluzione della crisi in atto è il problema della decidibilità sollevato dalla pluralità di logiche previste dal postmoderno, tutte egualmente valide e in base alle quali (a qualsiasi di esse, in quanto fra loro condizionate) la scelta fra le due arti viene a perdere tutta la sua serietà.

Se vogliamo una scelta autentica fra ciò che è alto nell’arte ed esprime un senso del mistero e mette sempre in questione, stimolando la reazione poiché innovativo, e ciò che è volutamente popolare, reattivo di una reazione prodotta, allora dobbiamo porre l’assoluto che il serio non diventerà mai popolare. Dobbiamo mantenere tale differenza come elemento che arricchisce l’uomo, poiché ne accompagna la scelta consapevole fra momenti alti e meno alti, fra ciò che è serio nella vita e ciò che non ha la pretesa di esserlo e, nemmeno, la volontà di diventarlo.


[1] E. Severino definisce la tecnica un “predisporre mezzi per raggiungere scopi”. Qual è lo scopo dell’arte?