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Il pensiero contemporaneo e la seduzione del negativo

Carlo Chiurco

1. Che il pensiero contemporaneo abbia come caratteristica evidente il recupero del negativo, la sua valorizzazione, è cosa che tutti possiamo sperimentare. Il recupero stesso della dimensione dell’altro, del rispetto per l’altro, per il diverso, ne è il caso più eclatante. Confinato dalla metafisica in un orizzonte di esclusione, l’altro, il diverso, “ciò che non si può dire” è tornato prepotentemente alla ribalta come quella parola che, proprio perché non detta – non detta sinora nel corso della storia, e forse addirittura non detta perché non dicibile –, conferisce all’esistenza il senso ultimo, soppiantando in questo proprio quella Causa prima, il Dio della tradizione filosofica ‘classica’ che era stato l’artefice dell’esclusione dell’altro e del suo lungo esilio.
Se non che, ci si poteva chiedere, e la filosofia contemporanea lo ha fatto, se non fosse anche il caso di recuperare sì la figura dell’altro, ma in tutta la sua pienezza semantica. L’altro, allora, come lo Straniero, come il Nemico, come il Maledetto; l’Altro cacciato fuori dalla scena dove si svolge la rappresentazione di potere della Soggettività assoluta, (umana o divina che sia non importa), fuori nell’o-sceno: l’Altro, quindi, anche come Osceno. Ancora, l’Altro come il Non-Dio, se Dio è il perpetuamente Identico a sé; l’Altro, in una parola, come il Negativo, se è stato il Positivo ad occupare finora la scena, con la sua metafisica e la sua morale.

2. La radice prima del recupero del Negativo, peraltro, è da ricercare in un luogo dove il pensiero contemporaneo non trascorre molto volentieri il proprio tempo, ossia il pensiero di Hegel. Hegel è la bestia nera di tutti coloro che odiano la metafisica, l’identico e il positivo, e difendono l’altro e il negativo, o ne vogliono il recupero. Eppure proprio Hegel è il primo, nella prefazione della Scienza della logica, ad usare i termini di “nichilismo” e “morte di Dio” (si tratta della celebre figura del “venerdì santo speculativo”). Certo, il pensiero contemporaneo ha buon gioco nell’affermare che il recupero del negativo operato da Hegel è fittizio: si tratta di prendere la contraddizione a due mani, liberarla da ogni sovrastruttura, lasciarla essere per ciò che è, alla massima potenza, perché essa sostanzialmente non sta, non è: tanto maggiore l’altezza dalla quale la contraddizione, il negativo, rovina su se stesso, tanto più forte risulterà l’edificio del sapere assoluto che Hegel va innalzando, e quindi il positivo. Dice il contemporaneo: la contraddittorietà del contraddittorio, la negatività del negativo, in Hegel, è qualcosa di programmato, di strumentale.
Pure, lo stesso Nietzsche, nella sua prefazione ad Aurora, riconosce che è con Hegel che la contraddizione è stata portata nel cuore stesso della filosofia e della storia. Con Hegel nasce qualcosa di nuovo, nasce propriamente il contemporaneo, la consapevolezza che col negativo si ha necessariamente a che fare, senza possibilità di fuga (ché altro cosa potrebbe essere mai, il contemporaneo?): anche se il progetto hegeliano è qualcosa che si guarda certamente alle spalle, al passato metafisico che non può tornare più.
Liberato il negativo dall’esigenza architettonica – legata cioè all’architettura del sistema, all’esigenza di costruire il sistema –, certamente, dopo Hegel, resta valido l’imperativo che lo animava, ossia quello di ‘liberare il negativo’, di porlo per ciò che è, di portarlo alla massima potenza. Ecco allora che, all’inizio della parabola del pensiero contemporaneo, le figure dominanti del positivo si rovesciano nel proprio opposto. Così, al posto di un solo Dio, contro il “monotono-teismo europeo”, scrive Nietzsche nei frammenti postumi del 1887, ci saranno “molti dei”. E sempre in questa direzione va letto il programmatico esperimento ‘teologico’ di Nietzsche, la “trasformazione del diavolo in dio”. Così, in Bataille è l’osceno a prendere il posto della morale convenzionale, in un’ottica forse anche più sistematica di quella di Nietzsche, un’ottica che mira realmente a sovvertire il mondo in un anti-mondo. Ecco allora le pagine dove Bataille ‘riforma’ la totalità dell’esistente: al posto dell’anima, il corpo, certamente, e non un corpo spirituale, ma il corpo visto come materia, pulsione. Un traguardo cui del resto, bene o male, era già pervenuto lo stesso Freud. Ma appunto, il corpo come materia, pulsione, spinta poderosa sotto l’urgere dei suoi bisogni, tendenza a sovvertire ogni regola (specialmente quelle della morale) in un appagamento tanto immediato da risultare sordo, cieco, privo di significato (se è vero che il significato esiste solo per la mediazione, in forma di pensieri, di parole, di ricordi, di emozioni stesse), è ancora, agli occhi di Bataille, pur sempre troppo un principio di unità, indivisibilità, identità. Ecco che allora al corpo vivo si sostituisce il cadavere, e poi addirittura, nelle pagine de Le lacrime di eros, e poi in quelle più oscenamente ripugnanti di Madame Blevaska e L’azzurro del cielo, i membri recisi del corpo che vanno per conto loro, simulando non tanto (il che è il meno) una vita propria, quanto dei veri e propri amplessi.

3. Sarebbe inutile, qui, fare una ricognizione di tutte le forme in cui si è manifestata la ribellione espressiva del negativo nella cultura contemporanea. Più interessante è invece delineare le linee, storiche e semantiche, seguendo le quali tale ribellione ha avuto luogo. Ne distinguerei essenzialmente due. Possiamo porci, guardando il pensiero contemporaneo, in due diverse prospettive. Resta fermo che esso nega l’assunto fondamentale della metafisica, ossia che esistano delle sintesi necessarie (e la disgregazione dell’io e del corpo sono significative in tal senso). Si pensi alle prime proposizioni del Tractatus di Wittgenstein: 1. “Il mondo è tutto ciò che accade”; 2. “Ciò che accade, il fatto è il sussistere di stati di cose”. Dove tutt’al più si ha qui un “sussistere” di situazioni, meramente fattuale, smentibile in qualsiasi istante. Dunque: il contemporaneo è non già la negazione totale dei nessi, ma la negazione di ogni nesso necessario. Non si tratta, nel pensiero contemporaneo, di negare ogni rapporto, ma di rideterminare il senso di ogni rapporto nell’ottica dell’impossibilità che esistano rapporti, relazioni a carattere necessario.
Ora, questa negazione può essere vista o in senso forte, o in senso debole. Nel primo caso, il negativo prende il posto del positivo. Nel secondo caso, il negativo è il vero senso del positivo. È facile vedere qual è il rapporto tra queste due possibilità: nel primo caso, si riconosce che non è possibile alcun legame tra il mondo della metafisica e il contemporaneo e il negativo è visto nella sua capacità di essere la reale alternativa al positivo. Nel secondo caso, l’alternativa al positivo (cioè, lo ricordo, alla metafisica, e a tutte le sue figure: Dio, causa, io, morale, bellezza, identità, principio…) diviene il riconoscimento che un legame tra i due c’è. Il negativo è appunto l’impensato da parte della metafisica (psicanaliticamente: il rimosso), sì che è impossibile capire il vero significato del positivo e delle sue figure prescindendo da questo rapporto, seppur di rimozione, ossia di volontà di negare il rapporto, con ciò che tali figure hanno poi occultato nella storia e nella civiltà occidentale, ossia il negativo e le sue figure: l’Altro, il Diverso, lo Straniero, il Maledetto, l’Osceno, l’Ambiguo.
Alla prima linea, più ‘dura’, diciamo così, possiamo ascrivere Nietzsche, Bataille, Sartre; alla seconda, Freud, Heidegger, Foucault e in generale il ‘pensiero debole’ di Derrida e Vattimo.
La differenza tra le due correnti è presto enunciata. Per la prima, il negativo resta in opposizione al positivo, solo che quest’ultimo, ossia la metafisica e le sue figure, come tale va (nelle varie sfumature, da autore ad autore, o addirittura da opera a opera) capovolto, eliminato, soppiantato dalle corrispondenti figure del negativo. L’esempio di Nietzsche – il politeismo contro il “monotono-teismo”, la “trasformazione del diavolo in Dio” – è il più calzante. Questa posizione ha il pregio di essere chiara, determinata, precisa: individua colpevoli e vittime, e fa giustizia. Il problema, come non è difficile capire, è che un tale capovolgimento del positivo si espone all’accusa di essere una conferma della logica sottesa alla metafisica: conferma cioè la logica dell’opposizione, dove c’era il positivo e le sue figure ora regna il negativo con le proprie. In tal modo, si può sostenere, la metafisica avrebbe solo cambiato di segno, dal ‘più’ al ‘meno’: e si pensi alla critica heideggeriana di Nietzsche. Ogni capovolgimento radicale è intriso della stessa violenza propria alla metafisica, ossia all’imporsi radicale proprio del positivo.
Per l’altra corrente, il negativo non è l’opposto del positivo, ma ciò in rapporto al quale soltanto il vero significato del positivo può emergere: ciò che sta al fondo del positivo, della metafisica, e che la metafisica occulta. La radice impensata che resta ancora da pensare – o da riconquistare, ammesso sia mai esistita un’età, una civiltà, un pensiero che l’avessero già tra le mani, e ne avessero fatto regola di vita e del proprio ‘sentire’ l’esistenza. È facile vedere come anche questa linea soggiaccia a delle critiche: proprio perché essa non può pensare la metafisica come l’alienazione, il nemico, il nulla, il falso, pur criticandola, si può sempre obiettare che allora, pur ripensata e anche profondamente alla luce del suo essenziale rapporto al negativo che essa ha storicamente sempre disatteso, la metafisica può però sperare in una sua ‘seconda vita’, com’è in fondo in Heidegger. Oppure, com’è per Derrida, il quale non vuole più neppure sentir nominare la parola ‘essere’, tant’è per lui intrisa di violenza e di follia dogmatica, occorre negare alla metafisica ogni possibilità di vivere una tale ‘seconda vita’, senza in fondo neppure porsi propriamente il problema di una sua critica: tale sarebbe stata l’ingenuità di Heidegger, perché esercitare una critica comporta necessariamente l’attribuzione pur sempre di un giudizio di ‘verità’ e ‘falsità’, o di ‘autenticità’ e ‘inautenticità’: e, per quanto blandi e ‘deboli’ tali significati possano essere nelle intenzioni dell’autore attento al politically correct del postmoderno, sempre in ultima istanza di affermazioni e negazioni si tratta, ossia del riproporsi della logica violenta della metafisica, dell’opposizione tra vero e falso, che abbiamo appena esecrato nella prima corrente degli autori novecenteschi.

4. Hanno forse qualcosa in comune queste due correnti di pensiero? Sì, ce l’hanno. Ed è l’impossibilità di negare la matrice hegeliana del contemporaneo. Tanto è vero che alcuni autori, come Bataille, hanno sentito l’importanza di un confronto serrato con l’hegelismo, anche se, a mio parere, non hanno mai penetrato la profondità e l’importanza del discorso teoretico di Hegel.
Il punto fondamentale è che, non importa se si sostenga la tesi del rovesciamento ‘forte’ del positivo in negativo della prima corrente, o quella del legame essenziale tra il positivo metafisico e il suo sviluppo storico col negativo sulla cui rimozione si è edificato della seconda: è pur sempre la totalità del reale che tale modificazione investe. Nel caso di Nietzsche e Bataille e della loro ‘scuola’, il rovesciamento è senz’altro inteso come totalizzante, investe la totalità del reale: dove prima c’era Dio, adesso c’è il diavolo. Si tratta di un rovesciamento completo, nulla ne resta fuori. Ma anche per l’altra corrente, se il negativo non è che il vero ‘fondamento’ del positivo, è pur sempre la totalità del positivo a far riferimento all’impensato, al pensiero poetante, alla radura dell’essere e a tutte le forme con cui Heidegger chiama “l’autentico”. E il pensiero postmoderno di Vattimo e Derrida, che non accetta neppure più di parlare di essere, perché categoria ancora troppo violenta, non di meno accetta di parlare di totalità: il velo del dubbio, dell’irrisolvibile ambiguità ermeneutica è pur sempre qualcosa che si estende a tutto il reale – come potrebbe, altrimenti, darsi una vera critica della metafisica? Solo se tutto il reale è intriso d’indecibilità, allora il ‘pensiero debole’ può contrapporsi efficaciemente alla metafisica, congedandola pur senza bisogno di ricorrere alla violenza oppositiva di un Nietzsche o di un Bataille. “Vedi, dice il postmoderno alla metafisica, è la realtà stessa che è così: finita, limitata (il tutto di cui si parla è certo una totalità finita), ambigua, indecidibile. È per questo che i tuoi non sono altro che sogni.”

5. Il contemporaneo, quindi, nella sua marcia verso l’instaurazione del regno del negativo, non sa rinunciare all’hegelianissima categoria della totalità. È il tutto che soggiace al negativo, perché il negativo è ciò che permea il tutto. Il negativo è la vera radice dell’essere, ed è anche l’autentica modalità di manifestazione dell’essere, se vogliamo, una buona volta, adeguare la manifestazione al suo principio, superando così il bisogno stesso, la pensabilità stessa di un qualcosa come la ‘metafisica’. Senza il riferimento alla totalità, lo si vede bene, non riesce ciò che il contemporaneo, non importa a quale delle due ‘scuole’ ci si iscriva, ha come suo fine, il riconoscimento del negativo per ciò che esso è. Che non è mai qualcosa che semplicemente si affianchi al positivo, magari modificandolo, ma, anche nell’ottica ‘debole’, ciò a partire dal quale soltanto il positivo acquista senso. Per l’altra corrente, come detto, il problema di tante mediazioni non si pone neppure: più sbrigativamente, il negativo è ciò che, solo, ha senso, è il ‘vero’, sì che il positivo può essere abolito tranquillamente, tramontare nel suo opposto, dando così finalmente inizio ad una storia umana veramente portatrice di un senso compiuto.
Eppure anche questo è un pensiero fortemente hegeliano. Per Hegel la realtà, e cioè il determinato, sono sempre una negazione. Di questo, comunque, parleremo tra un po’. Chiediamoci ora: ha, in generale, un qualche valore, questa spasmodica rincorsa del contemporaneo verso il negativo?
In generale, io direi di sì. Per un motivo semplicissimo: perché la ricerca del negativo è – meglio, può essere – anche una possibilità inesausta di superare il naturalismo, ed elevarsi alla filosofia. Una ricerca inesausta del negativo, ad esempio, animava Kant: nella sua sempre insoddisfatta ricerca di una base stabile del sapere, egli si accorgeva che, nell’ottica di uno scetticismo radicale come quello humiano, non c’era ‘principio’, non c’era proposizione di sorta che non mostrasse il suo dipendere, a propria volta, da altri principi, altre proposizioni; che non dimostrasse cioè di avere a sua volta dei presupposti. Per questo, alla fine, Kant scelse di porre, nel regressus all’indietro dei principi noti, un qualcosa che fosse ignoto, la cosa in sé: in questo modo dava un fondamento al sapere, ma anche sbarazzava l’intera riflessione critica dal dipendere da qualsivoglia presupposto. Il pensare diventava un pensare libero. La critica idealistica di Kant riconobbe questo aspetto: non gli rimproverò mai di porre al pensiero dei presupposti, quanto semmai dei limiti (l’impensabilità della cosa in sé, l’impossibilità dell’intuizione intellettuale etc.). Così, oggi, nella sua forma sostanzialmente confusionaria di rivolgersi alla metafisica criticandola, il pensiero contemporaneo ha però questo di buono: che è una costante negazione di ogni presupposto, anche quando non si accorge che talvolta la metafisica stessa ha criticato il presupporre, e che la buona metafisica, per l’appunto, non presuppone nulla, ma inizia solo quando si coglie il piano della libertà propria per essenza al pensiero, o ci si trasferisce con la riflessione in esso.
In questo senso, come diceva Severino nel primo capitolo de La struttura originaria, la filosofia contemporanea è veramente “un’apertura incondizionata al fondamento”. Lo è, nella sua ottica particolare, anche perché, facendo piazza pulita della metafisica, fa piazza pulita di quello che comunque ai suoi occhi è un errore. Ma lo è anche indipendentemente da questo, e cioè lo è perché combatte, portando avanti la sua “religione del negativo”, ogni presupposto. Ma allora abbiamo acquisito un dato essenziale: ossia che il legame tra la negatività e il toglimento, in filosofia, di ogni presupposto (cioè del piano naturalistico), è un legame necessario. Non è cosa da poco: perché permette nientemeno di dare un significato pieno al nostro tempo.

6. Se quindi il nostro tempo, come vera e propria ‘età del negativo’, ha un significato, questo risiede precisamente nel suo essere una tensione al superamento, in filosofia, di ogni presupposto. “Apertura incondizionata al fondamento”, nella fortunata formula severiniana. Ancora una volta, è a Hegel che dobbiamo rifarci. È Hegel che ha visto la realtà, e non solo quella che poteva essere la realtà storica dei suoi tempi, fatta com’è noto di rivoluzioni costanti, ma ogni realtà, storica ed ontica, ogni epoca e ogni ente, come intrisa di negatività. Quando il mondo contemporaneo esercita la critica nel senso del superamento di ogni presupposto, esso svolge realmente il compito cui è destinato, ossia porre il negativo per ciò che è. In questo senso, benissimo fa il contemporaneo a sbarazzarsi di tantissima metafisica, che il rapporto al negativo non lo concepisce, ad esso non si eleva. Questo vale anche sul piano sociale e storico: ancora oggi, nella nostra società, vi sono ad esempio roboanti discorsi sui ‘valori’, privi in realtà di ogni contenuto, perché privi di quella relazione al negativo che sola è la vera messa in questione (discussione viene da di-squatere, “scuotere”) capace di separare ciò che è fondato (quindi privo di presupposti in quanto tale oppure perché ricondotto ai primi principi), da ciò che non lo è. In questo senso, il compito storico di ogni epoca non può essere precisamente che la custodia del negativo, come del suo bene più prezioso. Qui, semmai, occorre porre il discrimine decisivo, e lasciarci alle spalle il paradigma hegeliano che sin qui ci ha – “ci”, ovvero in quanto contemporanei – accompagnato, e seguire strade nuove.

7. Perché proprio nella visione hegeliana della negazione, a mio parere, risiede la radice di quella distorsione prospettica sul negativo, che il contemporaneo ha poi ereditato, e sulla quale si fonda. Per Hegel, ogni determinazione è negazione (principio che risale all’epistola 50 di Spinoza): la negazione del determinato è un determinato, quindi è negazione di sé. Aggiungo: in quanto determinato. Questo è il ‘problema’ che l’hegelismo pone, e che l’Europa da allora si trascina dietro. Per Hegel, è cioè scontato che la negazione del determinato sia negazione di se stessa, in quanto determinata, non in quanto negazione. La radice del negativo, per lui, è il determinato (ossia il diveniente: ma questa è un’altra, lunga storia). Non si ha, perciò, che il negativo sia affidato alle cure del determinato, ma proprio al contrario, ahimé, che il determinato sia affidato alle cure del negativo. E il negativo, cosa può fare, se non appunto negare, incessantemente negare il determinato? [1]
Dal punto di vista culturale, la tesi hegeliana ha avuto e ha una portata enorme. Dice bene Nietzsche: “Hegel aiutò, ai suoi tempi, lo spirito tedesco a riportar vittoria sull’Europa: ‘la contraddizione muove il mondo, tutte le cose sono in contraddizione con se stess’; noi [i tedeschi] siamo appunto, perfin nel cuore della logica, dei pessimisti.” È facile vedere come il contemporaneo sia l’estrema coerentizzazione di questo, che per Hegel è il ‘compito’ del negativo: eliminare le determinazioni. La posizione hegeliana è la radice del fatto che il negativo, per il contemporaneo, è divenuto seduzione. La negazione della negazione, ossia l’unico movimento teoretico capace di mostrare, per via elenchica, l’assenza di ogni presupposto della riflessione filosofica (in quanto la negazione di ciò che è necessario è autonegazione), non avviene in quanto la negazione è determinata, ma in quanto essa è negazione. Viceversa, la seduzione del negativo istiga al pensiero per il quale l’essenza della realtà è una sorta di negazione permanente. In questo senso, si può scegliere di sbarazzarsi sbrigativamente della totalità del positivo, e sostituirvi il negativo in quanto tale, sostituendo il diavolo a Dio come fa Nietzsche; oppure di far ‘dialogare’ positivo e negativo, fatto salvo che l’elemento propriamente veicolo di significanza sia quest’ultimo, com’è nel “pensiero rammemorante” di Heidegger (poiché l’essenza della positività è appunto nella memoria del suo costante rapportarsi al negativo per rimuoverlo. Storia, e significato della storia, come rimozione). Sono le due alternative del pensiero contemporaneo, di cui si è detto: e in realtà, in fondo, indipendentemente dalla ‘scelta’ fatta, le cose non cambiano poi molto. Che sia il negativo a vincere sempre, questo appare chiaro, è incontestabile. Vorrei chiarire con un esempio gli effetti della seduzione del negativo. Uno su tutti, macroscopico: la difesa delle differenze. La riscoperta dell’altro ha avuto, come effetto principe, la moltiplicazione indefinita delle differenze. Un caso, si dirà, in cui la logica del negativo ha avuto degli effetti positivi, ossia la presenza, nel mondo, di più differenze. Tutto il contrario: perché le differenze senza un’identità che le sottenda sono delle differenze fatalmente destinate a scontrarsi, ad annientarsi l’una con l’altra. La negazione di ogni forma di identità, forte o debole che sia, produce sì delle differenze, ed anzi le produce in modo indiscriminato; ma si tratta di differenze che, poste dalla negazione, in essa solo hanno licenza di vivere, sì che non tarderanno a rivolgere l’una contro l’altra la negatività di cui son fatte, e in cui sola trovano la propria ragion d’essere. Condannate sin dal loro apparire ad un reciproco annientarsi, è in realtà come se tali differenze, di cui il nostro mondo va fiero, non fossero mai esistite.
Attribuire al negativo il suo ‘giusto’, essenziale ruolo, pertanto, è il compito primo di ogni filosofia che insegua la verità e la metafisica, e non per partigiano amor di metafisica, ma proprio per amor di verità: ché nel caso del ruolo annichilente del negativo non di verità si tratta, ma di seduzione, di abbaglio. Proprio per amor di verità, e quindi proprio per amore verso ciò che il negativo è, occorre andar contro a tale seduzione: perché eliminando la ‘metafisica’, ossia il pensare libero senza presupposti (e quindi autofondato), che riposa sulla verità dell’élenchos e quindi sull’essenziale ruolo che in essa svolge la negazione, il contemporaneo finisce con l’eliminare il modo d’essere proprio del negativo. Ossia elimina il proprio compito storico, la propria essenza, che proprio nella rivalutazione e nella custodia del negativo consistono. E, fosse davvero coerente con tale compito e con tale essenza, il contemporaneo capirebbe che una cosa resta soprattutto e pur sempre da togliere perché ciò accada: se stesso.


[1] Non vale l’obiezione per la quale il toglimento del determinato è in realtà il suo innalzamento. Ossia, che il determinato (in quanto isolato) è tolto, cioè innalzato nella totalità delle determinazioni, posto in rapporto con questa: ciò che propriamente costituisce la sua posizione concreta, di contro alla sua posizione astratta in quanto isolato. Giacchè è ben vero che, tale innalzamento, è da Hegel concepito come una concreta perdita d’essere da parte del determinato, non come un semplice ‘mutamento di prospettiva’ nel guardare ad esso. Sì che, coerentemente, del determinato nel suo innalzamento propriamente non rimane che la forma: la sua concretezza d’essere in quanto singolarità essendo andata perduta, annientata (se tale concretezza restasse, il determinato ente non sarebbe stato innalzato. La perdita d’essere è la ‘prova’ che l’innalzamento sul piano della totalità è realmente avvenuto).