Alterità del Cristianesimo: tre elementi, due ragioni e una particolarità

Giovanni Grandi

Il tema dell’alterità sembra avere un gran fascino di questi tempi. È un tema che in fin dei conti allude alla relazionalità ed all’incontro tra identità distinte, che avvertono tra loro una qualche differenza e che reagiscono a queste differenze ora con la curiosità e l’ascolto, ora con la violenza ed il rifiuto.
L’aspetto dell’alterità che qui mi interessa è piuttosto specifico: investe l’ambito culturale dell’Occidente e quindi dell’Europa – che rappresenta uno dei volti dell’Occidente – ma riguarda in particolare la cristianità.
Proverò a indicare alcuni elementi – su cui sto peraltro ancora riflettendo ­ a sostegno di una tesi che vorrei discutere con voi e che sintetizzerei in questo modo: Nel Terzo Millennio l’unico Altro incisivo per l’Occidente – e in particolare per l’Europa – sarà il Cristianesimo.
È convinzione diffusa che Occidente e Cristianesimo vadano a braccetto; un filosofo italiano piuttosto noto, Benedetto Croce, cercava di convincerci che – anche se non credenti – non possiamo non dirci cristiani. Indubbiamente la cultura europea, pensiamo in particolare all’arte monumentale, è intrisa di elementi cristiani, e lo stesso si può dire della moralità; tutt’oggi buona parte degli Europei riceve una qualche rudimentale forma di catechesi religiosa e la pietà popolare di segno cristiano è ancora molto radicata nelle realtà rurali e in particolar modo negli anziani. Le Chiese stesse, in Occidente, rimangono ben visibili sfruttando i mezzi di comunicazione di massa…
Tutto ciò rinforza la percezione di un legame persistente, non solo storico ma attuale, tra cultura occidentale e cristianesimo; dal punto di vista della riflessione dei cristiani la Chiesa cattolica stessa, pur con molte cautele, avvalla tra l’altro quest’idea nell’assegnare alla speculazione di S. Tommaso la qualifica di philosophia perennis.
Tutto questo appartiene forse al passato.
Il primo elemento a sostegno della tesi dell’alterità del Cristianesimo rispetto all’Occidente (nel Terzo Millennio) risiede in un dato fenomenologico: i cristiani sono una minoranza in seno alla società ed alla cultura europea. A meno di non considerare cristiano chiunque dica “Signore, Signore” – perché allora sì i cristiani sarebbero una maggioranza – occorre fare la pace con questo dato, che anche le Chiese stanno riconoscendo seppur con molta riluttanza. In particolare la Chiesa cattolica promuove da più di un decennio la “nuova evangelizzazione”, fatto che da solo potrebbe confermare proprio il riconoscimento dell’accuratezza degli studi statistici e sociologici che segnalano la scarsa rilevanza della fede cristiana nel Vecchio Continente. I numeri sono particolarmente eloquenti: solo in Italia si definisce praticante e inserito in una comunità cristiana l’8% della popolazione. Una minoranza costituisce immancabilmente un’alterità, una realtà dunque che per determinati aspetti – non sempre secondari – si differenzia dal modo di essere e di sentire dei più.
Il secondo elemento a sostegno di questa alterità riguarda il quid, l’essenza del cristianesimo, tanto per riprendere un titolo piuttosto fortunato nella storia pel pensiero. Molti valori che potremmo definire laici sono condivisi da cristiani e non cristiani; altri invece segnano una netta divaricazione tra cristianità e cultura occidentale tout court. Tra questi mi preme segnalare una scollatura macroscopica su cui occorrerebbe interrogarsi in profondità: il rapporto con i beni e con la ricchezza. L’Occidente ha fatto del mercato il proprio baluardo ma anche la propria bandiera; le stesse regole della concorrenza – molto stimolanti per la persona se opportunamente compensate – favoriscono di per sé il prevalere della forza e una distribuzione iniqua della ricchezza. La cristianità, ma se vogliamo anche tutta la storia di Israele prima, ha individuato nella gestione alternativa della ricchezza una delle strade di promozione della persona, e la presenza del povero è sempre il segno di un’ingiustizia (adikia), che – tanto per associare correttamente le idee – in San Paolo è ciò che viene tradotto come “peccato”. La povertà, o se vogliamo essere più modesti, la sobrietà è uno dei segni distintivi della cristianità, ed in questo si segna probabilmente un altro punto di rimarchevole alterità tra il modello occidentale e il Cristianesimo.
Il terzo elemento risiede ancora nell’essenza del Cristianesimo, e interessa un punto fondamentale: l’apertura alla dimensione dell’eternità, l’apertura alla Grazia e il credito dato all’intervento salvifico di un Dio nella storia, storia personale e dei popoli. La cultura Occidentale, nelle cose che contano, fa più volentieri conto sulla Previdenza che sulla Provvidenza, più conto sulle proprie risorse che sulla presenza e sull’aiuto di Dio e in questo rivela una comprensione della storia che non contempla affatto la dimensione dell’eternità. Avvenimenti recenti – tanto per portare un esempio – mostrano tristemente come l’idea portante che guida ogni tipo di intervento è che i conti vadano chiusi sempre nella storia: gli affronti vanno puniti, le offese ripagate con la stessa moneta. L’idea di perdono più che essere rifiutata, in Occidente è radicalmente fraintesa. E in effetti, il perdono è un’assurdità se non è colto nel contesto di un’esistenza che si snoda sì nella storia ma che sfocia nell’eternità. Qui dunque un altro punto significativo di alterità, considerato su due versanti: quello del credito dato alla presenza di un Dio che è Padre premuroso e quello della comprensione della storia come tensione ed apertura all’eternità.
C’è però da chiedersi se questa alterità sia percepita.
Se fossimo d’accordo sulle osservazioni portate, proverei ad indicare due ragioni che mi sembra possano motivare la mancata percezione di questa marcata alterità.
La prima riguarda i numeri e le chiese, forse maggiormente la Chiesa cattolica: troppo a lungo si è pensato che bastasse vivere su un suolo che ha visto due millenni di cristianesimo per essere in qualche modo cristiani. È un fatto che chiama in causa anche la riflessione filosofica: è stupefacente come su questo punto il sentire comune della Chiesa si sia spesso accordato con quello dei pensatori non credenti (citavo prima Croce) ed abbia trascurato le osservazioni di quelli che con fatica e obbedienza sono rimasti nel novero dei figli: penso a Mounier, a Maritain, anche a Bloy ma poi a Guardini, a Pannenberg seppur in tempi più recenti. Forse si è preferita l’illusione di una certa grandezza (illusione denunciata a più riprese da questi autori) alla realtà di una situazione di minoranza. Tutto ciò ha per lo meno ritardato nei cristiani la consapevolezza di essere un “piccolo resto”.
La seconda ragione riguarda nuovamente l’essenza del Cristianesimo; l’Occidente vive nell’illusione di essere cristiano anche per un fenomeno di costume curioso e molto diffuso: gli “esperti” di cristianesimo sono il più delle volte dei non-credenti, che spiegano continuamente a tutti che cosa sia il cristianesimo e la religione. In poco più di un secolo abbiamo ascoltato Feuerbach, Marx, Nietzsche, Heidegger, Sartre, Levi-Strauss… …personalità e intelletti notevoli, ma forse non autorevoli. Qualcuno giustamente ha osservato che non basta conoscere a memoria gli orari dei treni e la meccanica di una locomotiva per sapere che cosa significhi viaggiare in treno. Non basta conoscere ogni verso di Giovanni della Croce per parlare con disinvoltura di mistica e di preghiera. Il cristianesimo da bancarella che ci presentano – e che anche giustamente criticano – questi ed altri autori ha poco a che fare con la via cristiana, ma in compenso è un buon ritratto dell’uomo occidentale. Anche a causa di queste distorsioni manca una percezione chiara dell’alterità della proposta cristiana rispetto all’Occidente.
Visti tre elementi a suffragio dell’alterità e ipotizzate due ragioni per la sua mancata percezione mi piace sottolineare una particolarità, che si potrebbe rivelare decisiva.
In fin dei conti l’Europa e l’Occidente in generale sono una casa accogliente (forse non più tanto di questi tempi) per le diversità e per gli altri. Esistono tante minoranze culturali, linguistiche o religiose, che vengono il più delle volte tutelate; esse tuttavia non costituiscono delle realtà incisive per la cultura occidentale, perché rimangono tendenzialmente delle realtà separate dal contesto in cui si trovano a vivere.
Il dato distintivo della minoranza cristiana è che non si distingue ma al contrario si confonde, nello spirito della Lettera a Diogneto. Si tratta di una minoranza che non rivendica tutele particolari, che non esige spazi propri, che potenzialmente si adatta ad ogni cultura senza con questo sentirsi minacciata in ciò che le è essenziale, una minoranza che non rifiuta affatto l’integrazione ed a cui però non è estranea l’idea della persecuzione. È una minoranza incisiva perché, confondendosi, non fa scattare nell’altro particolari anticorpi, non almeno in prima battuta; il cristiano non solo non costituisce una minaccia per l’uomo occidentale, ma nemmeno viene percepito come tale. È una minoranza incisiva perché potenzialmente può essere lievito, può agire dall’interno, può essere ascoltata senza timore. Se il Cristianesimo costituisce un’alterità per l’Occidente, è pur tuttavia l’alterità con il più alto potenziale dialogico immaginabile.
Forse solo il Cristianesimo si rivelerà in futuro l’unico reale alter dell’Europa e dell’Occidente, la garanzia per l’Occidente stresso contro il pericolo del pensiero unico. Se così fosse non sarebbero energie sprecate quelle che il pensiero cristiano impiegasse per la chiarificazione dell’alterità del proprio essere.
Possiamo senz’altro considerare l’Oriente e l’Ortodossia come l’Altro dell’Europa, ma questa alterità ha la sua ragion d’essere ancora una volta nell’esperienza cristiana. Tra non molto, quando saranno superate dogane e barriere commerciali, ciò che noi oggi chiamiamo Oriente – almeno quanto all’Europa – con difficoltà si distinguerà dall’Occidente. Ma in Oriente e in Occidente continueranno ad essere l’altro coloro che, essendo radicati in Cristo, “abitano ciascuno la sua patria, ma come stranieri residenti” (A Diogneto, 5,5).