L’Europa tra identità e libertà

Damjan Hlede

Non siamo certamente i primi a cercare di dare un corpo e un contenuto a colei, al cui nome si innalzano molte delle nostre aspirazioni e speranze. E, molto probabilmente, non saremo neanche gli ultimi. E’ saggio, a questo proposito, il modo di ragionare di Romano Prodi: “Il metodo con cui avanziamo oggi è prosaico e quasi impiegatizio, però ha dietro di sè un contenuto etico e democratico forte. Non so chi alla fine lo saprà interpretare. Forse i nostri figli. Però intanto andiamo avanti.”

Europa, un soggetto i cui contorni e i cui profili sono stati continuamente ridisegnati dagli arcani pennelli della storia, un soggetto il cui sguardo viene costantemente cercato per scorgervi quell’intimo riflesso dell’anima di tutto un continente, un riflesso che ci possa far capire chi abbiamo di fronte, da dove proveniamo, chi siamo, dove stiamo andando. Per poter dipingerne il viso, gli occhi. Europa – Armonia ricercata delle diversità, Convergenza di interessi contrapposti, Arcipelago in cui tutte le singolarità reciprocamente si appartengono, Patria assente. Una donna misteriosa, la ninfa Europa. La sposa rapita.

E’ dai tempi dell’Antica Grecia che viene alimentandosi la convinzione per cui l’Europa, quale sede di governi fondati sulle leggi, sia simbolo di libertà, in contrapposizione all’Asia quale terra del dispotismo e della schiavitù. E’ lì, nella “città periclea”, che nasce il primo concetto di Europa, è lì che ha inizio la ricerca e la costruzione di una mentalità, di un modus vivendi, di una cultura, di un pensiero specifico, tratti caratterizzanti tutti un’entità distinta, internamente variegata, molteplice, multiforme, ma complessivamente diversa dal resto, dal mondo circostante. Un’entità contrapposta. Libera al suo interno e libera da altri. Ma qual’è questa libertà? La libertà che la storia d’Europa ci tramanda è una libertà sofferta, incompresa, una libertà uccisa, svilita. Una libertà che uccide, crocifigge, aliena, una libertà che sputa, calpesta, tortura. Una libertà che piange, violata. La ninfa Europa. La sposa rapita. La libertà rapita. La ferita aperta dell’uomo europeo.

Nel secolo scorso la libertà è stata minacciata e duramente repressa da regimi politici violenti e brutali, negatori di tutti i diritti umani. Oggi invece è messa alla prova – nel nome di essa stessa Libertà – dall’organizzazione di una società dominata dalla tecnica, dalla logica del profitto e dalla manipolazione. “L’uomo non è libero, ma sottostà alle necessità dell’apparato creato da lui stesso”, scriveva già nel 1958 il teologo Romano Guardini.

Per questo motivo è importante che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, approvata dal Consiglio europeo di Nizza del 7, 8 e 9 dicembre 2000 esordisca proclamando, all’ art. 1, che “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata.” Il capo I della Carta è intitolato “Dignità”, il capo II è intitolato “Libertà”. Questo è un chiaro segno della consapevolezza dell’uomo europeo che la libertà non è un valore assoluto an sich, ma bensì un valore fondamentale che trova la sua misura nel grado in cui permette e consente di rispettare e sviluppare la dignità della persona umana. La Carta dei diritti, chiaramente, non adotta tutte le misure concrete necessarie a realizzare questo principio. Ma credo fermamente che questo sia il criterio interpretativo fondamentale al quale gli organismi europei dovranno adattarsi nel costruire la struttura giuridico-politica dell’Europa unita: la consapevolezza che il più autentico spirito europeo è incentrato sulla fondamentale categoria di persona. E che la libertà non è un’idea astratta, un principio assoluto a sè stante, ma è qualcosa di profondamente intrinseco alla natura stessa della persona umana. La libertà è innanzitutto una categoria della spiritualità.

Il concetto di Europa viene soventemente identificato con quello di Occidente. Ed in questo senso bisogna tenere ben presente la lezione dello storico A. Toynbee che parla del rapporto contrastato tra Mondo e Occidente, in cui quest’ultimo si presenta agli occhi dell’umanità non occidentale che costituisce la grande maggioranza del mondo, come “un aggressore capitale dei tempi moderni” (The World and the West, 1953, ove si afferma che la Russia mutuò dall’Occidente lo stesso comunismo per servirsene come arma antioccidentale). L’Occidente si è in sostanza appropriato – nel corso di quella storia che comincia con la separazione dell’impero romano tra parte occidentale e parte orientale – di quel concetto greco dell’Europa come entità civilizzata differenziata dall’altro, dal non civilizzato, dal barbaro. E lo ha esasperato, dimenticando con ciò le origini comuni di questa civiltà. “La storia insegna che una cultura muore quando si sradica dall’interiorità che l’ha fatta nascere; una civiltà si estingue quando dimentica la sua origine o quando la rinnega” (P. Siniscalco).

Non credo che il fine ultimo di questo processo di unificazione dell’Europa consista nella costruzione di una vera e propria nazione, come ebbe a pensare Julien Benda, o nella stessa da più parti auspicabile costruzione di uno Stato federale, ma piuttosto nell’essere il laboratorio di una vera Civiltà. Un processo conoscitivo necessario per poter comprendere, attraverso il proprio bagaglio di esperienze e tradizioni, come affrontare le sfide del presente e del futuro. L’impegno a ricucire le fila di una memoria storica e culturale comune si presenta quindi come un percorso essenzialmente spirituale. Un processo che passa, inevitabilmente, attraverso tentativi di costruzioni di tipo strutturale e istituzionale, ma che è fondamentalmente rivolto altrove, un processo che mira a ritrovare le ragioni di una convivenza creativa, un processo che, nella ricerca di un senso più profondo del tutto, persegue l’ideale di capire il significato dell’esistenza umana e di trovare il metodo più giusto per ordinare una società che di questo significato sia quanto più rispettosa possibile.

A questo proposito è paradigmatico l’interrogativo – spesso citato da p. Thomas Spidlik – che assillava il teologo russo A. Chomjakov: come è possibile che questo Occidente, talmente civilizzato, non riesca a risolvere i suoi problemi politici, economici, spirituali? Altrettanto importante è la sua risposta: l’Europa occidentale è fermamente convinta che sarà un sistema economico e legislativo a portare la soluzione ai problemi, un ordine sociale giusto in cui ciascuno troverà il suo posto. Da noi, quando ero piccolo – diceva Chomjakov – era la persona della mamma, non un sistema, ma una persona viva, colei che sapeva risolvere tutte le difficoltà della vità.

Molti sono convinti che nello stesso cristianesimo occidentale sembra essersi affermata un’impronta petrina e paolina, mentre in quello orientale sembra essere prevalsa un’impronta giovannea. Stanno diventando sempre più numerose e apprezzate le traduzioni in lingue occidentali delle opere del pensiero religioso russo. Ma quanta ricchezza spirituale e artistica si trova anche in altri popoli dell’Europa centro-orientale!

L’Europa deve quindi rendersi conto di questa sua molteplice identità, di questa sua ricchezza fatta di diverse tradizioni culturali e religiose che, probabilmente, un giorno hanno già vissuto insieme. Non esiste ancora una consapevolezza sintetica di questa tradizione comune, perchè manca una conoscenza sufficiente della tradizione culturale, artistica e spirituale dei popoli dell’Europa orientale.

I popoli che attendono di essere ammessi all’Unione europea non devono venire “globalizzati” dall’esterno. Questo significherebbe una nuova aggressione da parte dell’Occidente nei confronti di una parte del mondo che si trova in stato di bisogno e perciò incapace di opporsi a questo processo forzato. Sarebbe un approfittamento dello stato di bisogno altrui al fine esclusivo di soddisfare i propri bisogni e potenziare il proprio mercato. Così inizia un articolo recente del quotidiano economico italiano Il sole 24 ore che parla delle 10.000 aziende italiane che hanno recentemente insediato i propri impianti in Romania: “Il Nord-Est (dell’Italia, n.d.r.) guarda decisamente verso i Paesi dell’Est europeo come nuovi mercati e come fonte di forza lavoro a basso costo, materia prima indispensabile per rimanere competitivi nell’economia globale in settori tradizionali come l’abbigliamento, le calzature, il mobile, la meccanica leggera.” La Carta dei diritti sancisce alcuni diritti fondamentali dei lavoratori nel capitolo intitolato alla “Solidarietà”, ma a parte il fatto che essa non ha carattere giuridicamente vincolante nemmeno per i membri dell’Unione europea, niente viene detto dei rapporti imprenditoriali con gli Stati terzi. Se l’Europa (occidentale) non si impegna ad aiutare solidalmente gli Stati terzi perché essi possano prima di tutto rendersi competitivi a livello internazionale, creando una base infrastrutturale solida e delle strutture sociali di garanzia efficaci, questo processo di allargamento rischierà di tramutarsi in una nuova forma di colonizzazione. Anche ai fini dell’integrazione economica è quindi necessario partire da una approfondita conoscenza culturale.

Le prospettive, purtroppo, non sono molto confortanti anche su altri aspetti. Segni negativi sono rappresentati, ad esempio, dalla ritrosia della maggioranza dei governi europei a riconoscere valore giuridico e vincolante alla Carta dei diritti e dall’accecamento ideologico di quel laicismo dilagante che non vuole riconoscere il ruolo che ha avuto il cristianesimo come fonte spirituale della cultura e della coscienza europee. Il presidente della Commissione europea Romano Prodi, all’indomani della approvazione della Carta ebbe a dire in un’intervista: “La nuova democrazia degli opinion polls porta sempre più frammentarietà alla politica, abbrevia la durata dei messaggi, de-universalizzandoli, togliendo loro valore generale. I governi sono sempre più condizionati da questa tendenza e hanno difficoltà a pensare a un futuro che vada al di là del domani o del dopodomani. L’Europa invece ha bisogno di gente che pensi e guardi lontano.”

Tanto più importante diventa allora il ruolo dell’impegno culturale che deve diventare il fattore determinante della promozione di quel dialogo con l’altro che conduce l’uomo alla vera conoscenza. La Romania, ad esempio, potrebbe avere a questo proposito una funzione storica importante, essendo un popolo latino, quindi occidentale, che però ha assorbito, in vari modi, il cristianesimo orientale e, a partire da questo, ha sviluppato una propria tradizione particolare: spirituale, monastica, culturale.

Ma come può dunque questa ninfa Europa, questa sposa rapita che è stata violata nella sua libertà, ricomporre la propria storia e liberarsi da questa libertà oppressa?

Un’indicazione importante è sicuramente quella che ci viene tramandata dai Padri della Chiesa e dalla loro dottrina trinitaria. E’ chiaro infatti che l’Europa stenta a realizzare proficuamente il rapporto tra aspirazione all’universalità e all’unità, da un lato, e attrazione verso le particolarità, dall’altro. Già la civiltà greca antica si era a lungo confrontata con la questione dell’uno e del molteplice. E recentemente è stato anche scritto che “L’Uno aperto in Trinità ha continuato a mettere in crisi il pensiero e le strutture sociopolitiche dell’Occidente” (G.M. Zanghì). “La questione da risolvere è in quale maniera queste tre Persone libere possano riuscire ad unirsi così intimamente da formare una sola natura divina” (T. Spidlik). E allora la libertà, questo concetto così caratteristico dell’animo europeo, trova la sua redenzione nel principio relazionale, nell’apertura incondizionata all’Altro che è il presupposto fondamentale della vera unità. E si rivela assolutamente interessante scoprire come anche una vera ricerca sulla storia del particolare, delle tradizioni e delle credenze popolari dei popoli europei, testimoni alla fine l’esistenza di un’unità originaria. E’ straordinariamente affascinante scoprire infatti – come si esprime M. Eliade a proposito dell’opera storiografica della principessa Marthe Bibesco – “la funzione redentrice della storiografia europea, nel senso che ogni vera ricerca storica porta alla coscienza dell’unità culturale e spirituale dell’Europa”.

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Il presente articolo è stato scritto per la rivista VATRA di Targu Mures (Romania), dove sarà pubblicato in lingua rumena come contributo all’inchiesta paneuropea svolta dalla rivista stessa sui contenuti del “Manifesto per una coscienza europea”, redatto dai presidenti delle Seimanes Sociales de France e del Zentralkomitees der deutschen Katholiken.

Ta članek je bil napisan za romunsko revijo VATRA, v kateri bo v romunskem prevodu objavljen kot prispevek k vseevropski razpravi o vsebini »Manifesta za evropsko zavest«, ki sta ga izdelala predsednika katoliških laiških združenj Seimanes Sociales de France in Zentralkomitees der deutschen Katholiken.