Berdjaiev e democrazia

Damjan Hlede

Al centro della creatività filosofica di Nikolaj Berdjaev risiede indubbiamente il problema dell’uomo. E “porsi il problema dell’uomo – significa allo stesso tempo porsi il problema della libertà, della creatività, della persona, dello spirito e della storia.” [1] Al centro della sua filosofia sociale, in particolare, vi è il problema della relazione tra persona e società.
Anticipando sin d’ora uno dei caratteri essenziali di questa sua riflessione, si può dire che esso consiste nella sua consapevolezza, pensata in quanto vissuta, della essenziale ed ineludibile tragicità della posizione dell’uomo nella storia, di fronte alla natura e di fronte alla società.[2] La tragicità dell’uomo che vive e soffre del dualismo tra libertà e necessità, tra spiritualità e oggettivazione sociale, tra regno dello Spirito e regno di Cesare, un dualismo che Berdjaev auspica e promuove di fronte a qualsiasi forma di monismo, sia esso religioso o antireligioso, che non può esimersi, nella sua stessa essenza, dalla pretesa alla totalità, al totalitarismo, alla tirannia.[3] Ma un dualismo che resta tragico, perchè esso “non significa che ci si debba isolare dal mondo e dai processi che vi si svolgono. Lo Spirito irrompe inevitabilmente nel mondo oggettivato e ne rovescia la necessità e schiavitù.” [4] Ma tutto ciò nella profonda consapevolezza che “la vittoria definitiva dello Spirito su Cesare non è possibile che nella prospettiva escatologica” [5] e che l’”ipnosi del potere” è sempre all’erta con le tentazioni verso il servilismo, l’opportunismo, la sacralizzazione del potere, la teocrazia.
La prospettiva monistica ha sempre attratto ed ancora attrae l’uomo proprio a causa della sua pretesa – così connaturale all’animo umano – di totalità. Ma questa pretesa di totalità da attuarsi nel regno di Cesare – che è la pretesa di realizzare la totalità del regno dello Spirito nella sfera del regno di Cesare e con i suoi strumenti – , essendo irrimediabilmente destinata a sopprimere la libertà, diviene l’ostacolo maggiore alla maturazione dello Spirito che nella vera libertà trova insieme il suo presupposto ed il suo frutto principale. La via monistica è la via dell’unificazione forzata, la via del fine che giustifica i mezzi, la via del bene relativo, la via dell’affermazione dell’Anticristo di Solov’ev. La via del dualismo che invece rivendica la necessaria “distinzione tra le due sfere (dello Spirito e di Cesare) che non consentono d’essere confuse”[6], è – in ultima istanza – la via della verità crocifissa.
L’asistematicità del pensiero berdjaeviano trova ragione proprio in questo suo fermo convincimento nell’unum necessarium della trasfigurazione spirituale del mondo che parte dall’io soggettivo e interiore, accompagnato dal contemporaneo sofferto e doloroso anelito alla sua esteriorizzazione, alla sua verbalizzazione – incarnazione (che è già di per sè, paradossalmente e incomprensibilmente, anche oggettivazione), esteriorizzazione che si esprimeva principalmente nella stessa sua critica costante alle vicende della società contemporanea.[7] Critica che era mossa dal convincimento che il cennato dualismo “non è definitivo, è un dualismo nella via, un dualismo temporaneo”, destinato ad essere definitivamente superato nell’ad-veniente Regno dei Cieli, il fine a cui muoviamo, ma anche il “fine che ha senso solo se si comincia a realizzarlo subito e qui.” [8]
Ma questa, in fin dei conti, è stata anche la sua profezia, la sua indelebile testimonianza cristiana.

Il concetto di democrazia nel pensiero di Berdjaev non è certamente l’aspetto più importante della sua elaborazione filosofica, ma per quanto detto in relazione alla sua sensibilità di fronte ai problemi sociali e alla luce anche della ricerca delle relazioni tra la sua filosofia e il pensiero contemporaneo, ne rappresenta forse uno dei punti più attuali.

Per Berdjaev lo Stato con tutti gli ordinamenti cui esso ha dato luogo nella storia appartiene agli ordini inferiori della vita. “Lo Stato è servo dell’uomo e non un valore di ordine superiore.” [9] Da qui la sua pretesa a che la politica con il suo potere eserciti nella misura minore possibile la sua influenza sulla vita umana. Il suo credo nel fatto che il fine dell’umanità sia la realizzazione dei valori superiori è l’ammonimento principale della sua filosofia sociale. Un ammonimento di fronte al male rappresentato dalla tentazione di assolutizzare il ruolo dello Stato, proclamandone la sua sovranità sull’uomo. Poichè “nessuna sovranità di un potere terreno può conciliarsi con il cristianesimo: nè la sovranità del monarca, nè la sovranità del popolo, nè la sovranità della classe”[10]. Essendo il male della nostra società “un male di ordine spirituale” [11], ciò a cui siamo chiamati è una rivoluzione di carattere spirituale. Una rivoluzione che sia volta alla liberazione dell’uomo dalla oggettivazione e dal borghesismo che è il fenomeno – essenzialmente spirituale e non materiale ed economico – nel quale affondano le proprie radici tutte le ideologie materialiste, tanto quelle capitaliste quanto quelle comuniste e socialiste. Il borghesismo è il carattere, non solo ideologico, ma esistenziale, di colui che “vive nella schiavitù del visibile”, del profeta del falso bene; il borghesismo è l’ideologia della giustizia degli scribi e dei farisei.[12]
Ma nonostante questa critica antietatista non si può dire che Berdjaev sia un anarchico nel senso comune del termine. Pur apprezzando il monito dell’anarchismo, la cui verità religiosa consiste, secondo Berdjaev, nell’affermazione che “il potere sull’uomo è legato al peccato e al male e che lo stato perfetto è uno stato del non – governo, lo stato dell’anarchia”,[13] appunto, questa sua convinzione è da collegare necessariamene con le sue cennate riflessioni sul regno di Cesare e sul regno dello Spirito. In altri punti della sua opera infatti egli si dichiara esplicitamente estraneo a qualsiasi credenza anarchica, affermando espressamente che “nelle condizioni di questo mondo le funzioni dello Stato rimangono valide. Ma lo Stato ha un valore puramente funzionale e subalterno. Ciò che si deve negare è la sovranità dello Stato.” [14]
“L’utopia di un’esistenza felice senza Stato mi è estranea”,[15] afferma.

Arrivati a questo punto, bisogna vedere più da vicino la sua critica della democrazia. Oggi assistiamo ad un rinnovato dibattito sui limiti e le possibilità della democrazia. Ci troviamo infatti di fronte ad una crisi della concezione del necessario carattere contemporaneamente formale e sostanziale della democrazia e degli stessi fondamenti giustificativi di tale concezione.
Alcuni esasperano l’importanza della democrazia formale quale unica garanzia di rispetto della libertà individuale che però, in tal senso intesa, è anch’essa una libertà meramente formale. Il proceduralismo e le teorizzazioni vattimiane della democrazia debole ne sono le correnti più rappresentative.
Altri, nella prospettiva di una democrazia sostanziale, rivendicano l’assoluta necessità di riempire il contenitore della democrazia procedurale con contenuti vincolanti che rappresentino orientamenti di valore comunemente condivisi, a tutela delle esigenze, storicamente modificantisi, dei diritti umani.
Per Berdjaev la democrazia come sistema “conosce soltanto il principio formale della espressione della volontà”.[16] E questo è anche il motivo della sua critica, perchè, come tale, la democrazia “non si interessa della direzione e del contenuto della volontà popolare”, essa non prende posizione tra il bene ed il male, la democrazia è scettica, è assolutamente relativista, essa ”è tollerante solo nel senso di essere in-determinata, di aver perso la fede nella verità, di non avere la forza per eleggere la verità.” [17]
“Le democrazie sono sorte dal pathos della libertà, dal riconoscimento dei diritti inalienabili di ogni uomo”, [18] dice Berdjaev, ma allo stesso tempo avverte che “nelle democrazie la vera libertà può completamente mancare”.[19] Così è successo per la democrazia dei giacobini, classico esempio di affermazione di una democrazia sostanziale in dispregio di quella formale, ma la stessa cosa può accadere nelle democrazie capitalistiche, in cui il denaro e la tecnica tendono a governare la società privandola della vera libertà. Non solo, ma – d’altra parte – la stessa “affermazione della libertà formale può generare le peggiori ingiustizie”.[20] Non bisogna dimenticare infatti il processo a Gesù, dal quale Berdjaev trae la conclusione che “lo Stato voterà sempre per la morte di Cristo.”[21]
A proposito di libertà, dice Berdjaev che “la definizione della libertà come libertà di scelta è ancora una definizione formale… la vera libertà si manifesta quando la scelta è fatta … la libertà non è diritto, ma dovere… dovere verso Dio di agire non da schiavo, ma da essere libero”.[22] Il nostro cammino potrebbe quindi essere espresso come un transitare dalla forma alla sostanza, dalla libertà formale alla libertà reale, senza preconcetti e modelli predeterminati, ma attraverso la fedeltà alla propria essenza spirituale.
Ma tutto questo cosa significa per Berdjaev, cosa significa per noi che siamo i nipoti della sua epoca. Come dobbiamo opporci a quel “totalitarismo contemporaneo che vuole possedere le anime, ammaestrandole”,[23] democraticamente – aggiungeremo noi. A quel totalitarismo che, democraticamente – lo ripetiamo, esige da noi “la rinuncia alla libertà per avere in cambio il pane” ?[24] Che cosa ci impone la consapevolezza del convincimento di Berdjaev per cui la democrazia è una forma necessariamente transitoria, “eternamente transitoria”[25] e che “l’unica giustificazione della democrazia è quella di superare sè stessa” ?[26]
Credo di poter dire che l’esempio di questo grande pensatore dell’epoca moderna ci chiami soprattutto a vivere con tutto il nostro essere le aporie e le contraddizioni di un mondo, di cui facciamo parte, senza tuttavia appartenergli. Di essere consapevoli dell’ineludibilità di questa tensione dialettica tra l’aspirazione legittima e naturale verso la giustizia sociale e la ferma convinzione che la vera risposta a tutti i mali non può che essere spirituale. Di comprendere il male dell’effimero e del transeunte per tentarne il superamento spirituale. Di abbandonare la leggerezza qualunquista del ‘vivere bene’ a scapito della ricerca, tragica e dolorosa, del vero senso della libertà, per partecipare a quell’opera di superamento della democrazia dal di dentro che deve cominciare sin d’ora e dall’interno di ciascuno di noi.


[1] N. BERDJAEV, Moe pholosophskoe Mirocozertsanie, pubblicato per la prima volta in Germania nel “Philosophen Lexicon”, sotto la voce Die philosophische Weltschaung N.A. Berdiaef. Successivametne pubblicato postumo in Russia nel 1952 nel Vestnik Russkogo studentcheskogo khristianskogo dvizheniya, n. 4-5.

[2] V. N. BERDJAEV, Regno dello Spirito e Regno di Cesare, trad. it. Elena Grigorovich (or. Carstvo Duha i Carstvo Kesarja, Paris, 1951), Milano 1954, p. 33 e ss.: “Ma il mistero dell’uomo sta nel fatto ch’egli non è soltanto un essere naturale e non può essere spiegato dal punto di vista della natura. L’uomo è anche persona, cioè un essere spirituale che porta in sè l’immagine del divino. Perciò la posizione dell’uomo nel mondo della natura è tragica.” Trattasi dunque di tragicità intrinseca all’uomo il quale è chiamato a vivere nel mondo, a organizzarlo, pur sapendo di non appartenergli e pur restando tragicamente soggetto alle sue leggi interne: “Grazie al suo principio spirituale l’uomo non è subordinato alla natura e non ne dipende, benchè le forze naturali possano ucciderlo. Se l’uomo fosse esclusivamente un essere naturale e finito, la sua morte non conterrebbe in sè nessun elemento tragico: solo la morte di un immortale e anelante all’infinito è tragica.”, ibid.

[3] “Due punti di vista fondamentali esistono intorno ai rapporti tra Cesare, potere, stato, regno di questo mondo da una parte, e spirito, vita spirituale dell’uomo, regno di Dio, dall’altra. Questi rapporti sono concepiti o nel senso del dualismo o in quello del monismo… Il monismo implica sempre una tendenza tirannica, sia esso religioso o antireligioso. Invece il dualismo, rettamente inteso, del regno di Cesare e del regno di Dio, di spirito e natura, di spirito e società organizzata in stato, può servire di base alla libertà”, N. BERDJAEV, Regno dello Spirito e Regno di Cesare, cit., p. 55.

[4] N. BERDJAEV, Regno dello Spirito e Regno di Cesare, cit. p. 64.

[5] Ibid.

[6] Ibid, p. 55.

[7] V. ad es. N. BERDJAEV, L’Idée Russe. Problèmes essentiels de la pensée russe au XIX siècle, Paris, 1969, p. 135: “Si può dire che la Russia ha maturato l’idea della fraternità degli uomini e dei popoli. E’ una idea russa, ma avendo perduto il contatto con il cristianesimo di cui era stata tessuta, il veleno è entrato in essa, e ciò si rivela nel dualismo del comunismo, nel mescolamento di verità e menzogna che esso contiene… Quanto alle correnti spirituali, esse si allontanano sempre di più dalle preoccupazioni sociali. In questo modo, la dicotomia, la rottura diventa di giorno in giorno più evidente.”

Nello stesso senso ed ancor più esplicitamente cfr. anche ID., Le fonti ed il significato del comunismo russo, , trad. Lucio Dal Santo, 1976, Milano (or. Istoki i smysl russkogo kommunizma, Paris, 1955), p. 234: “I cristiani debbono compenetrarsi di rispetto religioso per i bisogni essenziali e quotidiani degli uomini, della enorme massa degli indigenti, e debbono guardarsi dal disprezzare tali elementari necessità richiamandosi all’elevatezza delle cose dello spirito. Il comunismo rappresenta un grande ammaestramento per i cristiani, un richiamo frequente a Cristo e ai Vangeli e all’elemento profetico insito nel cristianesimo.” Questa frase deve, ovviamente, essere letta nel contesto dell’opera da cui è citata che rappresenta una critica serrata del comunismo come dottrina intollerante e antilibertaria (cfr. ad es. le seguenti affermazioni: “Lo Stato comunista rappresenta di fatto la dittatura d’una concezione del mondo. L’ordine comunista è uno statalismo a oltranza, il cui potere è totalitario e assoluto ed esige l’unificazione coattiva del pensiero”, ibid. p. 202), ma dalle ragioni storiche della sua affermazione trae convincimento anche la consapevolezza dell’autore circa i deficit storici della presenza cristiana nella società.

[8] N. BERDJAEV, Regno dello Spirito…, p. 74.

[9] ID., Au Seuil de la Nouvelle Époque, trad. Daria Olivier, Paris, 1947, p. 22.

[10] ID., Regno dello Spirito…, cit., p. 58.

[11] ID., De l’Esprit Bourgeois, trad. Elisabeth Bellencon, Neuchatel – Paris, 1949. Dall’introduzione dell’autore, p. 38: ”la crise qu’ils (gli articoli raccolti nel volume, n.d.a.) dènoncent continue à jeter le monde dans de terribles convulsions tant qu’on s’en tiendra à des solutions partielles et inopérantes, sans voir que le mal est d’ordre spirituel” (grassetto mio).

[12] Ibid.

[13] ID., O Rabstve i Svobode Cheloveka, La citazione è tratta dalla traduzione slovena O clovekovi zasuznjenosti in svobodi, trad. Frane Podobnik, Celje, 1998, p. 142

[14] ID. Regno dello spirito…, cit. p. 57.

[15] Ibid. Lo Stato è in sostanza un male minore e necessario, uno strumento che “esiste a causa dell’uomo” e non viceversa. “Lo Stato è sia un male contro cui ci si rivolta, sia un fardello che si deve pazientemente sopportare.” (ibid.)

[16] ID., Novoe srednevekov’e – Razmyslenie o sud’be Rossii i Evropy, Berlin, 1924. Citazione tratta dalla traduzione slovena Novi srednji vek, trad. Boris Sinigoj, Ljubljana, 1999, p. 106. Recentemente è uscita anche la traduzione italiana: Nuovo Medioevo, Fazi ed., 2000.

[17] Ibid.

[18] Ibid, p. 109.

[19] ID. Regno dello Spirito…, cit., p. 89.

[20] Ibid., p. 81.

[21] ID., O Rabstve i Svobode Cheloveka, trad. slo. cit., p. 139.

[22] ID., Regno dello Spirito…, cit., p. 88-89.

[23] ID., Au Seuil de la Nouvelle Époque, cit., p. 12.

[24] Ibid., p. 106, a proposito della tentazione del Grande Inquisitore di Dostojevski.

[25] ID., Novoe srednevekov’e…, trad. cit., p. 111.

[26] Ibid, p. 133.